Midas Man

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C’è una scena in Midas Man che esprime in modo pieno il senso del film.

Brian cammina da solo, in una luce crepuscolare, in Abbey Road. Arriva su quelle strisce, si ferma proprio nel mezzo guardandosi indietro, poi prosegue. Quella camminata solitaria, senza nessuno al suo fianco, senza la band, senza il rumore del mondo, è una chiara scelta registica, che non sembra cercare un sentimentalismo facile, ma cerca invece di sintetizzare la verità cruda su Brian Epstein.

Quando poi arriva la foto del “vero Brian” nei titoli di coda, è come se il film smettesse di essere un biopic e diventasse un saluto, un riconoscimento, ma anche una sorta di riparazione tardiva.

Brian è sempre stato il quinto Beatle, invisibile, quello che teneva tutto sotto controllo, che cercava in modo eccellente di tenere insieme le cose… mentre nessuno teneva insieme lui. Vederlo attraversare Abbey Road da solo è un’immagine che si contrappone alla copertina iconica: dove c’erano quattro ragazzi pieni di vita, ora c’è un uomo che ha dato tutto e non ha nessuno accanto.

La scelta del film è radicale: i Beatles non sono mai il centro della scena. Appaiono come figure luminose e positive, affettuose, ma lontane, quasi come un mito che si compie, mentre Brian osserva da dietro un vetro. È il punto cruciale di Midas Man: il film decide consapevolmente di spostare i Beatles sullo sfondo per raccontare la storia di un uomo che, per tutta la vita, è rimasto dietro le quinte. E mentre avviene questa inversione, Brian Epstein diventa finalmente il protagonista della sua stessa storia.

Questo permette al film di mostrare Brian come motore emotivo e non solo come manager, di raccontare un uomo che vive la band come la famiglia che non può davvero avere. La sua invisibilità è il tema centrale, mentre costruisce un impero culturale, lui resta sempre un passo indietro, sempre fuori dal centro della foto. E poi c’è la sua fragilità, che il film non solo sceglie di non nascondere, ma, anzi, la mette al centro proprio come fa con la solitudine, la pressione, il desiderio di appartenenza.

Ho un rapporto molto profondo con la storia dei Beatles, con i luoghi, con le persone che hanno costruito quel mondo. Ho camminato in posti che per Paul sono stati casa, ho sentito la loro musica come una forma di identità, di crescita, di consolazione. Quindi vedere Brian così vulnerabile, così umano, così non celebrato… è come se si toccasse una parte della mia stessa storia emotiva.

Per questo quella camminata solitaria su Abbey Road mi ha colpita così tanto. Ed è il motivo per cui la considero il cuore del film. Non è nostalgia, e nemmeno un fan service. È una dichiarazione: Brian attraversa il luogo più iconico della band da solo, come se finalmente il mondo gli concedesse un momento di scena tutta sua. Allo stesso momento, quella sequenza riesce a concentrare i temi centrali del film; parla di assenza, di una dedizione spesso non ricambiata, racconta un uomo che ha dato tutto e non ha ricevuto abbastanza.

E poi arriva la foto reale di Brian. Un volto che ho visto centinaia di migliaia di volte. In quel momento, il film finisce di raccontare la storia di Brian e sembra chiedere scusa al suo ricordo.

Non guardo ai Beatles come a un mito distante, ma li vivo come una parte della mia vita, perciò vedere Brian così vulnerabile, così umano, così non celebrato… arrivo a sentire la sua mancanza come si sente la mancanza di una persona cara che avrebbe meritato più attenzione e più cura.

Il film non mostra solo ciò che Brian ha fatto, ma soprattutto ciò che gli è mancato: protezione, cura, un posto sicuro dove stare, una persona al suo fianco che lo amasse con sincerità. In questo senso, quell’ultima immagine, quella foto finale, io lo leggo come una dichiarazione, uno “statement”.

Sta lì, ferma, accanto ai titoli di coda, come a dire: “Questo è l’uomo che ha cambiato la storia della musica. Guardatelo. Ricordatelo”.

Mamunia

Pubblicato sul gruppo FB Paul McCartney ITALIA

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